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Francesco Farinetti: le radici e la famiglia Eataly

Francesco Farinetti: le radici e la famiglia Eataly
31 Dicembre 2018 Elisa Meineri
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In La rivista

L’appuntamento è alle 10, a Eataly di Monticello, inaugurato nel 2010 a metà strada tra Alba, città di Oscar Farinetti e Bra, che ha dato i natali a Slow Food.
L’Amministratore Delegato dell’azienda che traduce in un fatturato di oltre 400 milioni di euro il balin del suo deus ex machina, spacca il minuto e spalanca con gli occhi “penetranti ma anche leggeri” “il più disarmato e meno ermetico dei sorrisi”.
Francesco, che di cognome fa Farinetti, ha un’allure d’altri tempi, veste “clean and tidy, ma senza l’ombra di quello sfarzo vigile” tipico di chi è al vertice, e si rivolge a tutti i suoi ragazzi con una gentilezza che non ha nulla di artefatto.  Il suo essere orgogliosamente di Langa è così tangibile che ne definisce addirittura i contorni; ancora trentenne per due inverni, Francesco incarna il profilo di un personaggio di Fenogliana memoria, senza averne la minima consapevolezza.

  • Ti abbiamo cercato sui social network, non esiste neppure un hashtag con il tuo nome. Nicola, invece, è incredibilmente attivo su Instagram.

F: Sono antisocial, per due ragioni. La prima è anagrafica: sono della generazione che avrebbe dovuto imparare la “grammatica per”; Nicola ha 4 anni in meno ed è andato a vivere in America nel 2009. Usa instagram a livello personale, ma anche come tema di business. Lui è un influencer di Eataly. E ha il vantaggio di essere un po’ insonne; oltre ad essere sempre in aereo con un wi-fi a disposizione.
La seconda ragione è la privacy: io e mia moglie abbiamo deciso di non esporci. Ho comunque il record dei profili fake per seguire le attività di Eataly.

  • Questo è uno scatto del 1983: una gita in barca con tuo papà, una delle rare vacanze di quegli anni. Riesci a goderti la famiglia quanto vorresti?

F: Tengo molto saldo il mio baricentro albese. Sono quasi tre anni che abbiamo fatto il passaggio da gestione famigliare a gestione manageriale. Negli ultimi sei mesi è iniziata una vita un po’ più normale; prima si giocava la palla su qualsiasi campo. Ora che siamo strutturati, prevale una funzione di indirizzo e controllo, si è un po’ ridotta quella operativa. Ho iniziato a stare il week end a casa, cosa che non era mai successa. A febbraio ho avuto una piccola operazione, che mi ha tenuto venti giorni a casa. Il secondo giorno arriva mia figlia serissima e mi chiede: “papà, dimmi la verità, ti hanno licenziato?”

  • Anche tu eri un tipo che andava dritto al punto, sembra. Abbiamo letto di quando, in nome di tutti e tre i ragazzi Farinetti, sei andato da Oscar, deciso a vendere UniEuro: “papà e noi cosa facciamo?”

F: Sì. Per noi tra vita e lavoro non c’era discontinuità. Non so se l’UniEuro fosse la famiglia o la famiglia fosse l’UniEuro. Da piccolo non vedevo l’ora di partecipare a una nuova apertura. Avevo un ruolo fondamentale: senza di me non si apriva. Avevo sette, otto anni e mettevo le pile all’avancassa. Oscar mi aveva convinto che tutto quell’Unieuro lì dipendesse dal mio lavoro. Mio padre è sempre stato un bravissimo affabulatore.
Ero molto dispiaciuto per la vendita di UniEuro; sono affascinato dalla tecnologia ancora oggi, mia moglie si arrabbia perché abbiamo la casa piena di cavi, posso comprare di tutto se resto su Amazon più di due minuti in un momento di relax. Dodici anni dopo, però, penso che Oscar ci avesse visto giusto, lo scenario stava cambiando.

  • Quindi non hai avuto un’infanzia e un’adolescenza dorate, di quelle in cui la pappa è sempre pronta e non ci si sporcano mai le mani

F: Assolutamente no. Noi abbiamo sempre lavorato. Vedevo che tutti quelli intorno a noi facevano quello, gli amici di mio padre erano colleghi di lavoro. Un’educazione così fa la differenza. Siamo stati una famiglia come tante fino al 95/96. È cambiata la vita quando il venerdì sera non chiamava il direttore della banca e, per me, quando mamma Graziella ha iniziato a mettere in tavola spesso il prosciutto crudo. Divento matto per il prosciutto crudo e quando ero bambino lo compravamo nelle occasioni speciali, perché costava tanto.
La passione per il cibo deve essere un affare di Dna. L’ho sempre respirata. Quando eravamo in viaggio dormivamo in macchina, sulla station wagon tutta scassata, perché Oscar a pranzo voleva andare a mangiare in quel ristorante segnalato sulla Guida Rossa. Se il budget era dieci, otto dovevano essere investiti in un’esperienza gastronomica. Mia madre perdeva proprio le staffe, ma lui non faceva una piega, le diceva “beh, si può dormire anche sulla Volvo; dormire è un’azione passiva”

  • In ufficio da Oscar andavi mai?

F: Sì, certo. Gli uffici erano proprio qui. Uno dei soci di mio padre, che c’è ancora oggi, in ufficio aveva la collezione completa dei Puffi, quella degli ovetti Kinder. Il sabato e la domenica, mentre mia madre guardava le fatture, io avevo un programma perfetto: correvo all’ ultimo piano dove c’erano le segretarie e improvvisavo le gare sulle sedie con le rotelle e poi mi rifugiavo a giocare con i Puffi. Dovevo rimetterli tutti perfettamente a posto, in modo che il proprietario della collezione non se ne accorgesse il lunedì.

  • Cosa ci dici degli aquiloni? Cerchi ancora “gente che sappia stare nel vento, possibilmente non del tutto a posto con la testa”?

F: La mia fortuna è stata iniziare a lavorare al progetto Eataly nel 2004: eravamo in 12 più Oscar. Tutti questi aquiloni me li sono sentiti molto miei. Mio padre andava in giro, io mi trovavo a gestire tutto con loro. E’una caratteristica che cerco tuttora nei category: per fare questo mestiere serve creatività, serve quell’occhio lì con la luce. Poi tocca dare una direzione alle intuizioni.

  • Ci sembra che uno dei numeri preferiti di Eataly sia quello che riguarda la didattica: dodicimila bambini all’anno. Pensi sia uno strumento privilegiato di comunicazione?

F: Se si osserva il business del food, vendita e ristorazione insieme non sono una novità. Pensiamo agli autogrill, ad esempio. Concentriamoci, poi, su quelli che lo fanno bene: Harrods, Whole Foods…  La differenza che distingue Eataly è la didattica. Siamo il Paese con più biodiversità al mondo. Quando hai tutto diventi meno curioso e non studi, pensi che il tuo prodotto sia il migliore in assoluto. I giapponesi, che non possono contare su un territorio come il nostro, sono i più grandi produttori di vini. Perché? Hanno studiato a fondo. Se ci pensate, siamo un popolo di pasta, ma nemmeno il cinquanta per cento di noi conosce la differenza tra grano tenero e duro. Come si può riuscire a comunicare con uno per uno? Attraverso i bambini e le loro mamme. Ogni volta che mangiamo, se ci fate caso, torniamo bambini. C’è il potere evocativo fortissimo del ricordo che fa scattare qualcosa.

  • Che progetti hai in cantiere?

F: Apriremo a Las Vegas: settemila metri quadri senza gioco d’azzardo; un risultato a cui tengo molto. Abbiamo progetti nel settore del vino, che è il regno di mio fratello Andrea, enologo. In famiglia ci divertiamo a ripetere: “tutto il vino che Andrea produce e Francesco non riesce a bere, Nicola prova a venderlo”. E poi c’è il vero cantiere al Lingotto: Green Pea. Si tratta di un progetto in cui applicheremo la filosofia di Eataly all’abbigliamento, ai mobili e ai prodotti per la casa: il fil rouge sarà l’ecosostenibilità e il rispetto verso l’ambiente e la natura.

  • In un’intervista hai usato il termine francese terroir. Ci riconosciamo molto nella convinzione che quello piemontese sia unico.

F: Noi e Michelis abbiamo un alfabeto comune, uno spirito comune. Cristina, Marco e Mario fanno parte della famiglia Eataly, ormai dal 2007, da quando abbiamo inaugurato con un banco spettacolare di pasta fresca artigianale, in totale controtendenza. Tutti avevano investito su banchi frigo “self-service” con prodotti congelati e noi abbiamo scommesso sul fare a mano, sul laboratorio a vista. Sono una bellissima famiglia e hanno radici solide: ho sempre riconosciuto nei loro occhi rivolti al papà Egidio, lo stesso amore viscerale che noi abbiamo per nostro nonno.

 

 

 

 

 

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