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Giorgio Marega: sei lustri al Coalvi

Giorgio Marega: sei lustri al Coalvi
14 Marzo 2019 Elisa Meineri
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In La rivista

Giorgio Marega è il Direttore del Consorzio di Tutela della Razza Piemontese, in potenza e in atto.
Risulta difficile indovinare l’uomo dietro il ruolo, perché passione e anzianità di ruolo hanno confuso ogni confine.

  • “Ho conosciuto allevatori, ministri. funzionari, direttori, macellai, assessori, veterinari. presidenti, macellatori, agronomi, produttori, ristoratori, tecnici, sottosegretari, distributori, amministratori, commercianti, account e creativi che nemmeno Blade Runner”: si raccontava così in un’intervista del 2016. Cosa è cambiato?

G: Ora sono sempre più incasinato e frequento soprattutto allevatori, anche se la parte più visibile del nostro Consorzio sono le macellerie. Sono trecento, ormai, anche al sud; cosa impensabile fino a poco tempo fa.

  • Essere allevatori di razza piemontese, oggi, cosa significa?

G: Ne abbiamo discusso al Festival del Giornalismo Alimentare,  presentando, da un lato, l’obiettivo di preservare la tradizione della Piemontese e, dall’altro, impegnandoci a dare la possibilità ai giovani di continuare a fare questo mestiere nel tempo. Si chiudono tante aziende per raggiunti limiti d’età.

  • Quindi, per Coalvi, il benessere degli addetti al settore diventa prioritario come il benessere animale?

G: Esatto. La tutela dei piccoli allevamenti si traduce anche in attenzione alle innovazioni tecniche per migliorare la qualità della vita degli allevatori. Vogliamo che un giovane che decide di fare questo lavoro, non sia costretto a passare la vita dietro gli animali; l’idea è che gli arrivi un messaggio sullo smartphone che comunichi che la vacca è in calore e che ha cinque ore di tempo per la fecondazione oppure che è prossimo il parto. Le immagini di una volta di allevatori che passavano la nottata nella stalla devono restare scatti di repertorio. Investiamo sull’alimentazione automatica, sul monitoraggio del fabbisogno alimentare dei bovini. Abbiamo siglato un accordo con una multinazionale israeliana: siamo concessionari esclusivi per la Razza Piemontese di questi sistemi. Un tempo il Consorzio era vissuto come organismo che valorizza, ma controlla. Invece abbiamo abbandonato da tempo questa mentalità, sicuramente da quando a fare i loro controlli si sono messe le catene della GDO. Noi ci concentriamo sull’insegnare metodi e strategie.

  • La Razza Piemontese cos’ha di speciale?

G: Dal 1187  è una razza bovina autoctona a triplice attitudine: lavoro nei campi, latte per la famiglia e carne. La meccanizzazione ha fatto sparire l’attitudine lavoro. C’è stato un momento in cui prevaleva la produzione del latte su quella della carne. Poi, molti si sono concentrati, anche in segreto, su questa razza, che era considerata una mostruosità, per la massa muscolare della coscia particolarmente sviluppata e, man mano, si è persa la peculiarità del latte e ormai sono 50 anni che ha come unica attitudine la carne, di qualità.

  • Per la carne non sono anni fortunati. Come rispondono i consumatori?

G: Si tratta di una tendenza di tutti i paesi europei, ma soprattutto italiana: carne bovina se ne consuma sempre di meno, ma se ne consuma di qualità. Dagli anni duemila abbiamo avuto uno sviluppo costante. Basta guardare le quotazioni dei mercuriali della camera di commercio di Cuneo: la Razza Bovina Piemontese ha preso dal 15 al 30 per cento di valore in più negli ultimi tre anni. Per affrontare il discorso salutistico bisognerebbe essere dei medici. Va da sé che intelligenza ed equilibrio sono la miglior risposta.
Non abbiamo niente a che spartire con le produzioni di carne americane, con gli allevamenti in Texas in cui raggruppano 500 mila bovini in un unico sito produttivo in mezzo al deserto, con aree verdi circolari perché l’irrigazione è circolare. L’Organizzazione Mondiale della Sanità insiste per un consumo consapevole e ragionato, che ci avvantaggia. Le caratteristiche nutrizionali della carne di Razza Piemontese sono tali da essere credibili sia con la dieta moderna in generale, sia con le indicazioni dell’OMS: poco colesterolo e poco grasso, con un rapporto favorevole degli omega 6 sugli omega 3.

  • E’ raro incontrare persone così appassionate del proprio lavoro. Quale è stata la scintilla che ha consacrato questo matrimonio pluriventennale con Coalvi?

G: Il mio è stato un percorso perfetto. Sono laureato in agraria, la mia tesi è stata sulla qualità della carne. Mi sono sempre considerato, però, un uomo di marketing. E Coalvi era la prima esperienza in agricoltura in cui si poteva pensare di fare qualcosa in quel senso.

  • Ci racconta l’incontro con Michelis?

G: Risale ad aprile del 1999, quando è cambiata la normativa: prima esisteva la licenza da panettiere e da macellaio. Quell’anno sono nate le licenze Food e Non food: tutte le panetterie potevano diventare macellerie e viceversa. Eravamo già concentrati sulla pubblicità, ma per realizzare le campagne avevamo una persona che cercava di raccogliere contributi dai consorziati. Quando mi sono accorto che il costo del ragazzo che faceva quel lavoro era uguale alla cifra che portava “a casa”, ho deciso di creare una linea di prodotti a marchio Coalvi. Abbiamo iniziato con la passata di pomodoro. L’idea era sviluppare prodotti complementari: si esce dal negozio con cosa serve per preparare un piatto di qualità.  Così ho pensato alla pasta ripiena, di alta qualità, artigianale, con la nostra carne. I Michelis hanno risposto con entusiasmo; abbiamo passato tante giornate insieme nelle nostre macellerie a presentare il progetto, che all’inizio prevedeva plin e tortellini. In questo modo non solo si recuperava margine per investire in pubblicità, ma il prodotto stesso diventava veicolo di marketing. Abbiamo venduto 150mila lattine di caffè Coalvi. Poi alcuni prodotti sono usciti dal catalogo. Mi ricordo un giornalista di La Repubblica, che si dichiarava un appassionato di carne Coalvi, scrivere con ironia “faccio così fatica a capire cosa ci fa una mucca su un vasetto di tonno”.

  • Quanto incide il costo del marketing sul vostro fatturato?

G: Il compito di Coalvi è fare pubblicità, come recita l’articolo 4 dello Statuto. La pubblicità per noi non è un costo, è l’obiettivo del nostro esistere.

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