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#scattapostavinci, due chiacchiere con Gianluca Avagnina, il vincitore.

#scattapostavinci, due chiacchiere con Gianluca Avagnina, il vincitore.
19 settembre 2017 Elisa Meineri
In La rivista

Come è nata la tua passione per la fotografia?
Saper scattare foto professionalmente è una delle skills fondamentali che fanno la differenza nella formazione di un giornalista moderno.  Il mio avvicinamento alla fotografia è iniziato l’ultimo anno alla Dublin City University quando scelsi, tra le altre opzioni, il modulo di Fotogiornalismo insegnato da Steven Knowlton. Avevo già avuto il professor Knowlton – un ex reporter americano che nella sua precedente carriera ha collaborato, tra gli altri, per The New York Times – per il modulo di News Reporting, e ammetto che tra i fattori della mia scelta abbia contato molto anche il fatto che fosse tra i miei docenti più stimati.

Vivi a Londra, per qualche anno sei stato a Dublino, ma che dialetto parlano le tue radici?
È una domanda difficile. Ho lasciato l’Italia molto giovane, subito dopo la maturità scientifica conseguita a Mondovì, e ho vissuto per ben 5 anni a Dublino, tra studi universitari e lavoro. Fondamentalmente il fiore dei miei anni da giovane adulto li ho trascorsi fuori dall’Italia, il che mi ha insegnato tanto, ma anche profondamente cambiato. L’Italia per forza di cose ho imparato a guardarla e analizzarla da fuori, e a riscoprirla gradualmente proprio negli ultimi anni. Le radici non possono che parlare piemontese – una lingua, non un dialetto, che mi auguro la vita mi concederà l’occasione e il tempo in futuro di imparare propriamente, includendo anche la sua letteratura. Ma sono una pianta molto diversa da quella che sarebbe potuta crescere se fosse rimasta in un campo monregalese.

 

Cosa ti ha conquistato della Gran Bretagna, da promuoverla a terra d’elezione per la tua formazione e il tuo lavoro?
È successo tutto molto per caso. L’ultimo anno di Liceo Scientifico vinsi una borsa di studio per fare un’esperienza di lavoro e studio all’estero attraverso il programma Master dei Talenti. Mi ha portato per prima a Cork, in Irlanda, e poi a Dublino, proprio l’estate della maturità. Poi si è trattato solo fondamentalmente di avere un po’ di coraggio e di inseguire qualche sogno e qualche opportunità. Una cosa tira l’altra e sono rimasto 5 anni.
Come sei venuto a conoscenza del contest Michelis?
Ho letto del vostro contest mentre sfogliavo Provincia Granda cercando di rimettermi un po’ al corrente sui fatti locali. Ogni volta che torno sono praticamente uno straniero in patria.

Conoscevi l’azienda?
Certo, penso sia molto difficile non conoscere Michelis quando si è cresciuti a Mondovì. Tra l’altro, un mio carissimo amico dei tempi del Liceo, Simone Reviglio, in occasione del cui matrimonio sono stato molto felice di rientrare in Italia ad Aprile, lavora per voi.

Come è nata l’idea dello scatto?
Una buona idea non nasce mai completamente formata, ed è spesso frutto di diversi spunti e rielaborazioni. L’ispirazione è rintracciabile a quando, tornando in macchina da Gratteria verso Mondovì, sono passato accanto a quel campo. Qualche giorno dopo, un altro amico di lunga data, Silvio Sordo – che è anche quello a cui va il merito di avermi convinto a partecipare (avevo davvero tempi ristretti) – mi ha accompagnato a comprare la scatola di paste di meliga che avrei portato poi con me a Londra come piccolo dono per i coinquilini. Il campo è riaffiorato alla mente, e così lo scatto. La scatola che si vede nella foto è proprio quella che è venuta con me a Londra.

Hai centrato perfettamente tema e obiettivo. Come hai individuato la materia prima delle paste di meliga?
Sono un operaio della parole, ed è abbastanza naturale pensare all’origine di “meliga”, in italiano “mais”, imparentato direttamente con l’inglese “maize” che a sua volta trae spunto dallo spagnolo “maíz”. Ricordiamo che fu un italiano, Cristoforo Colombo, a portare per primo la pianta in Europa dall’America.

 

 

 

 

 

 

 

 

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