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Umberto Montano, 12 aprile 2019

Umberto Montano, 12 aprile 2019
24 Maggio 2019 Elisa Meineri
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In La rivista

12 aprile 2019, Mercato Centrale Torino

Umberto Montano sembra un ragazzo alla sua festa di compleanno: la stessa energia, il sorriso sognante e l’emozione tradita dal movimento delle mani. Non abbiamo un appuntamento, lo intercettiamo nel bel mezzo del suo Sabato del villaggio, mentre salta da una bottega all’altra.

Ci porta al piano interrato, accessibile soltanto da una struttura di cantiere, per mostrarci orgoglioso le storiche ghiacciaie settecentesche:  “Ho voluto a tutti i costi l’accesso per l’inaugurazione, anche se provvisorio” racconta “qui ci saranno piccoli e medi eventi, proiezioni, incontri con la gente; questo permetterà di accedere alla ghiacciaie con più facilità”

  • Umberto, chi ti gestisce i profili social?

U: Faccio tutto da solo; Facebook mi piace molto. Non so quasi niente di Twitter, anche se i miei amici intellettuali mi dicono che devo imparare a comunicare con loro così. Instagram non mi riesce: scattare la foto, mandarla… Uso i social per raccontarmi. Vedi questo filmino? L’ho fatto per far vedere i primi granelli di farina del nostro mulino. Ci si perde tempo, ma non mi pesa. Mi dicono tutti che sono molto attivo

  • Chi sono i tuoi amici intellettuali?

U: Tullio Gregory, Francesco Merlo, Mimmo De Masi, Oliviero Toscani, Baldino Di Mauro, Massimo Donà…

  • Cosa ti piace fare?

U: Mi piace occuparmi delle cose che mi danno emozione. Ho scoperto che a me non interessa più viaggiare, ho viaggiato moltissimo. Mi interessa andare nei luoghi che mi ricostruiscono sentimento. Torno volentieri al mio paese, torno dai miei amici, vado all’Avana dove ho casa perché tutte le volte che ci vado c’è grande festa. Vado nelle campagne cubane dove ho gli amici perché beviamo rum senza tanti fronzoli. Ho una barca, Passannante, che porta il nome di un anarchico.

  • Perché questo omaggio a Passannante?

U: E’ il primo attentatore alla vita di Umberto I; è stato trattato come un grande criminale, invece era un talento straordinario e con me aveva in comune due cose. La prima è che era originario della Basilicata, della mia terra. Il suo paese si chiamava Salvia, ma i suoi compaesani per rendere omaggio al re, o meglio leccargli il culo, hanno cambiato il nome del paese in Savoia di Lucania. La seconda cosa è che era cuoco.

  • Leggi molto?

U: Sono meno attaccato ai libri, oggi, nell’era digitale. Mi sono letto, però, tutta La Recherche. Credo di essere tra i pochi non laureati e non intellettuali ad aver letto il libro per intero.

  • Credo siano pochi anche gli intellettuali laureati ad averlo letto tutto. Pensa che la nostra soglia di attenzione è in caduta libera: otto secondi; i pesci rossi ne hanno nove.

U: Ci deve essere qualcosa di utile o interessante se questo accade. Se accade, significa che alla gente serve. Qual è l’elemento arricchente di questa comunicazione lampante? Si comunica di più, siamo connessi, intrecciati, la rete è più fitta e ci sentiamo meno soli.

    

  • Come mai prima Firenze, poi Roma, ora Torino? Come scegli le città del tuo Mercato? C’è un preciso intento nella sequenza delle aperture?

U: Non c’è una ragione. E’ un progetto che è nato a Firenze da una precisa idea. E’ un progetto artigiano. Lo vedi anche tu;  lo è anche nella guida, nella conduzione. Noi siamo qui dentro con voi, a lavorare insieme a voi.  Dopo Firenze abbiamo pensato di andare a Roma, ma eravamo molto combattuti. “se lo facciamo e sbagliamo? Vale la pena, non vale la pena?”. All’ultimo momento avevamo pensato di non aprire. Poi sono nate alcune circostanze che lo hanno reso possibile, lo hanno favorito e ci siamo detti “va beh, facciamo Roma! Ma poi non ne parliamo più”. A Roma le cose hanno funzionato talmente bene, che il nostro padrone di casa, Stefano Mereu di Grandi Stazioni, che ci aveva fatto il contratto d’affitto, è diventato il mio amministratore delegato. Ce lo siamo trascinati in casa. Abbiamo messo a punto con lui il progetto Torino. Il piano industriale elaborato con Stefano conduce direttamente a Milano.

  • Hai una conditio sine qua non? Un punto su cui non transigi nel progetto Mercato Centrale?

U: Certo! Per me è fissa e immodificabile la guida artigianale. Quando non saremo più in grado di guidare direttamente, ci fermeremo. A chi lo fai fare se non lo fai tu? E’ questa l’anima del mercato, è una delle ragioni del successo. Non devi dare soltanto un buon piatto di pasta, lo devi dare in un contesto che arricchisca, allora sì che vale di più; un contesto così arricchisce tutti.

  • E la selezione degli artigiani? Come avviene?

U: In assenza totale di democrazia. Gli scelgo io, mi devono piacere e anche essere simpatici. Come fai a lavorare insieme a persone con cui non ti trovi? Non c’è nessuno di loro che non abbia un rapporto diretto e stretto con me. Noi lavoriamo a fianco a fianco con gli artigiani. Ieri Domenico, mio figlio, per attaccare quel cartellone lassù a 20 metri si è incordato, ha fatto l’equilibrista acrobatico, che a me si fermava il cuore a guardarlo.

Alza lo sguardo verso il suo Mercato e dice: “Non è una figata il puntino luminoso rosso nelle insegne delle botteghe?”

Domani è il grande giorno.

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