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Alessandro Invernizzi: nasciamo per fare

Alessandro Invernizzi: nasciamo per fare
15 Gennaio 2020 Elisa Meineri
La rivista

Incontriamo Alessandro Invernizzi nella sua Lurisia, avvolta in una nuvola ovattata, in uno di quei giorni in cui l’autunno si apparecchia per la stagione invernale. Ci accoglie con gli occhi che si allargano in un sorriso profondo; il suo è un carisma potente, concreto, senza retorica.

  • Ciao Alessandro, la tua Sicilia su due ruote ci ha incollate allo schermo. Leggerti sul blog è ormai un appuntamento fisso. Perché non scrivi un libro?

A: L’editoria è diventata molto più commercio, è facile scrivere un libro ora. Una volta l’editore cercava lo scrittore, si faceva scouting e chi si occupava di questo settore aveva davvero una vocazione. Adesso il business è inverso: un libro con due o tremila euro lo pubblichi.

  • E più sei personaggio…

A: Esatto. Mi aveva contattato l’Egea, la Casa editrice della Bocconi. Il loro target è di 900 copie; un libro di successo, secondo i loro numeri, vende 1500 copie. Un libro di successo Mondadori, invece, deve contare 100.000 copie. Qual è la strategia dei grandi nomi quindi? Cercano i blogger con 100.000 follower, perché hanno la certezza che comprino il libro. Sono cambiate totalmente le dinamiche. Nerio Alessandri, di Tecnogym, è andato da Mondadori e ha detto “scrivo il mio libro, perché mi serve per la comunicazione”. Gli hanno allestito dei totem in tutti i Mondadori Store: ha venduto 3000 libri. Poi ne ha comprati 10.000 lui per ridistribuirli.

  • In attesa del libro, che programmi hai?

A: Il mio futuro post imbottigliamento, e in generale, parte della mia vita, voglio dedicarli a restituire cosa ho ricevuto. Ho in mente di raccontare un po’ cosa ho capito, o meglio, la mia esperienza di vita. Capire è troppo difficile. Tolti i problemi di salute, gli altri problemi sono tutti relazionali, riguardano il come ci si approccia agli altri. I Feliciani, in cui il messaggio di base è “guardiamo le cose belle della vita e da quelle prediamo le energie belle per affrontare i problemi”, ragionano così. La felicità non esiste: la felicità è fare, non avere o essere.

  • Spiegaci meglio

A: Io credo che nasciamo per “fare”. Lo scopo per cui noi siamo messi al mondo non è solo la sopravvivenza della specie, la sopravvivenza dell’uomo stesso, ma anche il fatto di agire a livello “sociale”. La consapevolezza di poter progettare le proprie azioni nel futuro è una spinta, fin dalla nascita dell’agricoltura.

  • Antropologia, filosofia, sappiamo che hai una formazione economica… quanto studi?

A: Leggo molto; da dislessico, con grande fatica. Impiego molto tempo per leggere un libro. La mia dislessia non mi dà la capacità di trasformare un concetto in una grafica.

  • Come è stata la scuola degli anni ’80 per un bimbo dislessico?

A: “Simpatico, vivace, ma non si applica” chiosavano gli insegnanti. Mi hanno voluto bene, professori e compagni. Non sono mai stato bullizzato, anche se tutti ricordano ancora le sfuriate della professoressa di italiano quando correggeva i temi.

  • Come si concilia l’essere feliciani con una quotidianità da imprenditore?

A: I soldi sono importantissimi, ma sono uno strumento. Per vivere ci vuole molto altro. L’equivoco base di questo momento sociale è che mettiamo come fine del nostro agire i soldi. Lavoriamo per uno stipendio e questo ci rende infelici. Tutto dipende da come utilizziamo il denaro. Se il fine è accumulare soldi non potremo mai essere felici. Il “fare”, invece, ci concede il potere di sentirci realizzati. Vorrei usare questa impostazione nel mondo economico: aiutare le aziende a capire che il profitto è solo uno strumento. Il fine è il beneficio che porti al tuo cliente. Il cliente è il tuo fornitore, il tuo collaboratore.

  • Quanto c’è degli insegnamenti di tuo padre in tutto questo?

A: Lui mi ha educato attraverso l’esempio, senza dirmi nulla. Lo vedevo poco: si alzava presto, tornava a casa distrutto e parlavamo solo di lavoro. Ora so che focalizzarsi troppo su una sola cosa non è mai un bene: più interessi abbiamo, più impariamo a vedere il mondo a 360°, più si creano nuove intuizioni. “Coltivare gli hobby è molto importante, papà!”

  • Come pensi di aiutare gli imprenditori a cambiare prospettiva?

A: Voglio andare nelle imprese a parlare con loro. Spingerli a proiettarsi tra 20 anni, convincerli che un’azienda in cambiamento, che evolve crescendo, allentando anche un po’ il controllo, può essere un’azienda più dinamica. L’economia sono gli altri. La paura di delegare è dannosa. Potere e responsabilità sono da condividere: ognuno dei nostri collaboratori ha il suo valore aggiunto energetico che potrebbe donare al lavoro, se viene incoraggiato.

  • Si tratta di una bella sfida per le piccole aziende del territorio…

A: Sicuramente difficile. È necessario che sia il vertice a farlo. Come dicevamo prima, l’esempio può più della parola. A Lurisia, almeno, è stato così. Quando avevano comprato la Lurisa nel ‘96, l’obiettivo era quello di non farla fallire, era già un’azienda in forte crisi. Noi siamo arrivati qui per far sopravvivere Lurisia, compreso il paese. Basti pensare che negli anni ‘70 ci lavoravano 170 persone, ossia tutto il paese. Se entri in un’azienda in cui l’obiettivo è far guadagnare i soci, sei in un’azienda mercantile e ti arrendi a uno scambio sterile di profitti. Se entri in un’azienda in cui l’obiettivo è la sopravvivenza dell’azienda, l’obiettivo è condiviso e questo fa la differenza. In Lurisia è sempre stato così: ognuno con il proprio ruolo e le proprie competenze, ma tutti allineati verso lo stesso obiettivo, senza paura di rimanere fregati; una squadra motivata, insomma. Quando pensi che tuo nonno ha lavorato qui, ma soprattutto pensi che tuo nipote potrà lavorare qui, rendi veramente il 160% e se incontri un problema, lo risolvi.

  • A Cheese ti sei trovato ad affrontare un bel problema. Sei riuscito a chiarirti con Carlin Petrini?

A: Ho capito subito la sua reazione. Penso sia stata dettata in gran parte dal panico. Alle 19 è uscita la notizia. il loro comunicato stampa è uscito alle 19,30: come puoi in mezz’ora avere la lucidità di ragionare su una notizia simile? Abbiamo firmato alle 18,30 e la normativa prevede che la Coca Cola, in quanto azienda quotata, debba comunicare l’acquisizione in Borsa in modo tempestivo. Avevamo tutte le comunicazioni pronte per essere inviate, ma in pochissimi minuti sui social si era già scatenata la bagarre, in seguito alla notizia rilanciata da Slow Food. Il mio sogno è quello che Lurisia riesca a mettere al tavolo il valore di Slow Food e la capacità di globalizzazione e il messaggio della Coca Cola.

  • Forse l’ideale è trovare un equilibrio…

A: Il messaggio che lancio spesso sui social è quello di smettere di confliggere: non abbiamo più tempo per sprecare energie nel conflitto. Iniziamo a collaborare per un obiettivo chiaro: un sistema di consumismo esperienziale. Ottimizziamo le risorse per ritrovare la qualità. La relazione umana è la chiave: c’è differenza tra un piatto di pasta preparato dalle persone che amiamo e lo stesso piatto consumato da soli. Vorrei per il futuro la migliore Coca Cola possibile.

  • Parli come Leibniz

A: Credo fortemente a questa cosa: una visione di gruppo, una squadra di calcio, con ruoli differenti. Se la Coca Cola avesse voluto farsi un Chinotto, avrebbe avuto tutte le carte in regola. Invece hanno fatto una scelta precisa. Le ricerche di mercato parlano chiaro; un prodotto vincente si avvicina molto a quello Lurisia: trasparente, globalizzato, ma legato al territorio, ossia quello che fa Slow Food. Trasparenza e integrità sono le parole chiave. Se Coca Cola investe una cifra simile vuol dire che ci crede.

Invertite la situazione. Noi siamo tre soci differenti e un fondo, inseriti in un mercato con aziende che hanno trenta volte il nostro fatturato (Nestlè, San Benedetto, …) e due grosse incognite: il plastic free, con la grossa crisi che sta attraversando il mercato dell’acqua minerale in Italia, e la guerra allo zucchero. Si tratta di una situazione veramente fragilissima. Lurisia aveva solo due possibilità: crescere oppure essere venduta. Se poi ti si avvicina la migliore azienda nel mondo del beverage, la prima sensibile al cambiamento, sotto la lente del mondo intero, la stessa che ha vinto per il sesto anno di fila il premio come azienda più sostenibile nell’intero mondo del food con una proposta economica simile…Ecco, quando ti si avvicina tutto questo non puoi rimanere indifferente.

 

  • Non è da tutti non trincerarsi dietro al “no comment”, ma essere aperto al dialogo.

A: Credo nella mia decisione. Non devo nascondere nulla. E’ la mia natura. Ho fiducia, anche nel fatto che siamo fallibili.

  • Che papà è Alessandro?

A: I miei figli sono il motivo della mia ricerca. Voglio un mondo migliore per loro. L’unico modo per farlo è insegnare l’importanza di essere felici, attraverso l’esempio, con la fatica, che carica l’obiettivo, che ti fa ripartire. Come se fossimo sempre in montagna. Il talento non ti carica a sufficienza. Vivo il senso di colpa di essermi separato. La malattia mi toglie molte cose, che di solito si danno per scontate, legate al futuro. Ne ho paura, è ovvio. Tutto viene filtrato da questa paura. Vivo come senso di colpa l’impossibilità di fare una cosa semplice come giocare a calcio con mio figlio. Ma il mondo è imperfetto.

Alessandro Invernizzi ci saluta ricordandoci le tre regole del samurai: accetta i problemi della vita, cerca di migliorare tutti i giorni e metti sempre il massimo in quello che fai. Ci siamo innamorate, non ci sono dubbi.

 

 

1 Commento

  1. Giuliana 5 mesi fa

    Bisogna fare anche per la cittadina di lurisia, incrementare il turismo, farla conoscere a livello nazionale e internazionale.
    Tutti conoscono la lurisia come bevanda da bere e pochi conoscono i benefici delle cure termali. La bellezza naturale del paesaggio circostante a Lurisia.
    Non si fa nulla per attirare il turismo sia per la stagione estiva che invernale .
    Con tutti.i soldi presi dalla vendita dello atabilimento della Coca Cola bisognerebbe a mio avviso investirli anche nella struttura termale creando una piscina , una bella palestra, migliorare il parco circostante allo stabilimento rendendo accessibile a piedi il sentiero della salita santa Barbara adiacente alle terme. Adesso è uno sfacelo e abbandonato !
    In paese creare delle attrattive per il turismo:
    Una bella sala da ballo per over 40
    Una bella struttura sportiva con possibilità di noleggio bici elettriche per escursioni
    (Non solo 3 bici chiuse presso ufficio turismo).
    Creare una convenzione con mondovicino proponendo ai clienti di tale centro
    Una Card per i clienti con sconti per alberghi e ristoranti e servizi e Spa termale.
    C è il motto “lurisia si può fare” però manca la volontà di tutti di fare qualcosa per una cittadina che giorno per giorno sta morendo.
    Un mercato immobiliare in caduta libera ……verde incolto lungo le strade…tutto in stato di abbandono!
    Ci vuole una ripresa per questa splendida cittadina che deve essere comosciuta e poco pubblicizzata. Ho notato che non viene distribuito alcun
    . dépliant e pubblicità su Lurisia in sede del salone del gusto a Torino oppure in altre sedi fieristiche.
    Vedi la pubblicità dell’acqua su qualche testata giornalistica e non delle possibilita’ turistiche della cittadina .!!
    Speriamo che in futuro ci possa essee una volontà anche politica di una ripresa a livello turistico di Lurisia, facendola conoscere anche dalla vicina Francia.
    GIuliana Giacovelli

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